Come ordinare al cocktail bar senza sembrare un pesce fuor d'acqua
PRIMA VOLTA AL BANCO
Come ordinare al cocktail bar senza sembrare un pesce fuor d'acqua
Nessuno nasce sapendo cosa ordinare. E va benissimo così.
Non esiste un cocktail perfetto, ma c'è un cocktail per ognuno di noi. Basta solo scoprire quale sia.
La prima volta che entri in un cocktail bar vero — non un bar dove la sera fanno gli aperitivi — c'è un momento preciso in cui ti senti fuori posto. Il bancone è lungo. Il barman è occupato. Le persone intorno sembrano tutte sapere esattamente cosa vogliono. Tu no.
Ti dico una cosa: quel momento è normalissimo. E passa in fretta.
Ho cominciato anch'io così, a vent'anni, in un bar famoso sulla costa adriatica che aveva una drink list abbastanza ampia. Non capivo quasi niente, ma guardavo gli ingredienti scritti accanto ai nomi — Negroni, Gin Fizz, Manhattan, Pimm's Cup — e sceglievo per curiosità. Un cameriere esperto, che ancora non sapevo che alle spalle avesse un barman, ogni tanto si avvicinava e mi diceva: "Se ti è piaciuto questo, prova quest'altro." Non sapevo di stare imparando qualcosa. Stavo solo bevendo bene.
Da lì in poi, mi sono sempre affidato a chi stava dall'altro lato del banco. E ho scoperto che quella è la mossa giusta.
La drink list non è solo un menù. È una presentazione.
Quando ti siedi al banco e ti porgono la carta, prenditi un momento prima di scegliere, per capire dove sei. Una drink list essenziale — Spritz, Mojito, Negroni — ti dice che sei in un posto che fa le cose in modo semplice, senza particolari pretese. Niente di male, ma è un'informazione utile. Se invece trovi dei signature cocktail (mi raccomando: gn come in Wagner: sainetcier 😊), cioè drink creati dal barman stesso con un nome proprio, sei seduto davanti a qualcuno che ha una visione, che ha una cultura. Vale la pena esplorare.
La drink list ti dice anche qual è il livello del posto e, di conseguenza, cosa puoi aspettarti. Non è snobismo — è orientamento.
Non sai cosa vuoi? Non dire "Fai tu!"
Questa è la cosa più controintuitiva, e la più vera: "Fai tu!" sembra la risposta più semplice, ma è in realtà la più difficile da raccogliere. Me lo ha spiegato Michele, il barman di questo blog: quella frase mette davvero in difficoltà chi sta dietro al banco, molto più di qualsiasi richiesta specifica.
Il motivo è semplice: i drink possono essere lunghi o corti, forti o leggeri, fruttati, speziati, dolci, secchi, acidi, affumicati. Ogni persona ha le sue preferenze, spesso inconsapevoli. E non è tutto: molto cambia anche con il momento. Una giornata calda chiama qualcosa di fresco, leggero, con una punta di acidità. Una serata più fresca o umida invita a qualcosa di più strutturato, complesso, caldo negli aromi. Cambia con il mood: se siamo in compagnia allegra, se siamo più riflessivi, se è l'inizio della serata o la fine.
Tutte queste sono indicazioni preziose per un buon barman — gli permettono di costruire un drink fatto per te, in quel momento preciso. Quindi, invece del "Fai tu!", prova con qualcosa di più utile: "Preferisco qualcosa di leggero e fresco", oppure "Ho voglia di qualcosa di deciso, questa sera", o anche solo "Ho bevuto un Negroni la settimana scorsa e mi è piaciuto molto." Con quella frase, il barman ha già tutto quello che gli serve.
Il banco non è un esame. È una conversazione. E come tutte le conversazioni interessanti, comincia quando smetti di cercare le parole giuste e dici semplicemente quello che pensi.
Il bancone, non il tavolo.
Se puoi, siediti al banco. Non al tavolo. È una differenza che sembra di forma e invece è di sostanza.
Al tavolo sei un cliente. Al banco sei un interlocutore. Vedi cosa succede dietro lo specchio, segui i movimenti del barman, puoi fare domande, puoi seguire la preparazione del tuo drink. È un posto diverso, con un ritmo diverso. Più intimo, più diretto.
L'ho capito bene negli anni in cui viaggiavo per lavoro, sedendomi ai banconi di hotel e ristoranti dove la cura per il dettaglio — dalla mise en place al ghiaccio, dalla scelta delle bottiglie all'ordine dietro al banco — diceva già tutto. Posti come il Vic & Anthony's o il Capital Grill o alberghi come il Four Seasons a Houston, dove dopo cena si abbassano le luci, la gente rallenta, i telefoni vanno in silenzio. Il tempo si dilata. Le conversazioni diventano più lente e più vere. Il bancone diventa il centro di una serata che non ha più fretta di finire.
Una nota finale, onesta.
Non tutti i banconi sono uguali. Dietro alcuni c'è un professionista preparato, che ha studiato, che sa cosa sta facendo, che conosce la storia di quello che ti versa. Dietro altri c'è qualcuno che ha visto fare e ripete i gesti senza capirli. Nel secondo caso, quello che arriva nel bicchiere è un miscuglio, non un cocktail — anche se ha lo stesso nome.
Non è necessario diventare esperti per accorgersene. Basta prestare attenzione: alla cura con cui viene preparato il drink, alla pulizia del bancone, alla qualità delle bottiglie in esposizione. E, se vuoi una scorciatoia: chiedi qualcosa di non banale. Un Martinez, un Hanky Panky o un Paper Plane. Sono cocktail fatti con ingredienti che ogni bar dovrebbe avere. Se il barman ti risponde che non ha tutti gli ingredienti, sai già quello che c'è da sapere.
Se la risposta è quella, nessun problema. C'è sempre un buon vermouth rosso con ghiaccio. Semplice, impossibile da sbagliare, sempre dignitoso.
Francesco Di Pascasio