STORIE DAVANTI AL BANCONE
Non sono un barman.
Sono un appassionato.
Una presentazione onesta, prima di iniziare.
Al lavoro finito, un cocktail alza un muro divisorio tra le ore di lavoro e quelle del divertimento.
— Jack London
C'è una cosa che ho imparato negli anni in cui ho girato il mondo per lavoro: qualunque sia la città, qualunque sia la lingua, qualunque sia il fuso orario, esiste sempre un bancone. E a quel bancone, dopo una giornata lunga, succede qualcosa che non ha bisogno di traduzione.
Ho lavorato nel settore Oil&Gas per molti anni. Il mio ufficio era ovunque e da nessuna parte: nei terminal lungo le coste del Golfo del Messico, nei cantieri navali affacciati sul Mare del Nord, nelle sale riunioni di vetro e acciaio che si specchiano nel Mar Caspio, nei corridoi di Houston, Rotterdam, Bergen, Baku. Posti bellissimi e durissimi, dove la giornata di lavoro finisce tardi e la testa non smette subito di girare.
La mia abitudine, in quei posti, è sempre stata la stessa: trovare un cocktail bar, sedermi al bancone, ordinare qualcosa. Non necessariamente per bere, o almeno, non solo. Per decomprimere. Per osservare. Per fare conversazione con qualcuno che quel posto lo conosce davvero.
Un Martinez a Bergen in novembre, con la neve fuori e il bancone di rovere scuro, vale quanto un tramonto sul Mississippi a New Orleans. È un momento, non una bevanda.
Nel tempo, quasi senza accorgermene, quella che era una pausa si è trasformata in una passione. Ma sarebbe disonesto non dire come è successo davvero: c'è voluto qualcuno che mi aprisse una porta.
Quel qualcuno è Michele, il barman per cui scrivo questo blog. È stato lui a introdurmi in un mondo che, fino ad allora, frequentavo dall'esterno senza capirlo davvero. Un mondo senza mappe — o almeno, senza le mie. Michele le mappe le conosce tutte, e ha avuto la pazienza di mostrarmi come leggerle. Grazie a lui ho capito che un cocktail non è mai solo una ricetta: è una storia, un'epoca, un posto, a volte una persona.
Il Negroni porta con sé Firenze e un conte un po' eccentrico. Il Daiquiri sa di Cuba e di Hemingway. L'Old Fashioned è tutto il peso elegante dell'America di metà Novecento. E il Martinez — quello che ordino da anni e che molti ancora non conoscono — è il padre silenzioso di mezzo bartending mondiale.
Tutto questo, però, non fa di me un barman. Non ho mai lavorato dietro un bancone. Non ho studiato mixology. Non sono un esperto nel senso tecnico della parola.
Sono un appassionato. Con anni di banconi sulle spalle, qualche storia da raccontare, tanta curiosità ancora intatta.
Non sono un barman. Sono uno che non smette di ordinare.
Questo blog nasce insieme a Michele; lui il mestiere lo conosce davvero, e di tanto in tanto lo sentiremo. Ma la voce principale sarà questa: quella di qualcuno che si siede dall'altro lato del bancone, fa domande, si lascia sorprendere, e poi torna a casa con qualcosa in più.
Scriverò di cocktail classici e della loro storia, di come muoversi in un cocktail bar senza sentirsi a disagio, di ingredienti straordinari che meritano di essere conosciuti, di quel momento preciso in cui alzi il bicchiere e il mondo rallenta un po'.
Se sei curioso, sei nel posto giusto. Se sei già appassionato come me, benvenuto tra i pari. E se sei un professionista che legge: abbi pazienza. Racconto quello che vedo dal mio lato del banco.
FRANCESCO DI PASCASIO
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